shopping-compulsivoLo shopping può essere usato in modo terapeutico.
Comprarsi oggetti desiderati, che diventano status symbol, oggetti totem per l’individuo, può essere gratificante.
Concedersi oggetti tanto sospirati o di valore può assumere significati simbolici e rappresentativi nella vita dell’individuo.
Sentire di avere potere di acquisto crea nella persona un senso di autoefficacia, di realizzazione.
Fare acquisti e seguire la moda può essere creativo, divertente.
Si tratta di una modalità compensatoria, innocente vanità che solleva il morale e aumenta il benessere.

Altra cosa è lo shopping ossessivo e compulsivo.
Esso viene attuato come un comportamento che permette di fuggire una realtà spiacevole, come ogni altro uso di sostanza.
Segue un iter ben preciso: insoddisfazione implacabile, irritabilità, ansia, acquisto.
Profonda soddisfazione orgasmica momentanea seguita da angoscia e da una serie di sentimenti negativi.

Lo shopping compulsivo o sindrome da shopping rappresenta un disagio psicologico e comportamentale caratterizzato da una tendenza a manifestare vere e proprie crisi di acquisto, una forma di mania delle spese che, nei primi anni in cui è stato descritta, ha fatto guadagnare a questo disturbo anche il termine di oniomania o mania del comprare.

Dal momento che la patologia, in questo caso, si innesca a partire da un comportamento normale e quotidiano, spesso questo tipo di disturbo rimane silente e non viene diagnosticato se non quando irrompe creando, come spesso accade, disagio psicologico-familiare o disastrose conseguenze economiche.
Inoltre, la diffusa cultura dell’acquisto che connota l’attuale società spesso comporta delle difficoltà nel tracciare una netta distinzione tra coloro che acquistano, soddisfacendo anche i loro più piccoli desideri, e coloro che non riescono a gestire volontariamente i propri acquisti e che presentano un problema di compulsive buying che, in virtù del suo profondo legame con le caratteristiche consumistiche della società moderna, è stato anche definito eccessoressia.

Pertanto, spesso è difficile distinguere l’acquisto patologico da quello normale sulla base di criteri quantitativi e la diagnosi viene posta solo molto tempo dopo che il problema comincia a manifestarsi.

Le caratteristiche qualitative che contraddistinguono il problema risultano un metro più utile per riconoscere la presenza di questo tipo di disagio, fin dai primi momenti in cui comincia a manifestarsi. Esistono, infatti, alcune caratteristiche che contraddistinguono gli acquisti effettuati durante le crisi di shopping compulsivo, quali la tendenza a comprare soprattutto oggetti inutili e non indispensabili che, frequentemente, non si collegano ai gusti dell’acquirente, che sono spesso al di sopra delle sue finanze e che spesso sono varianti di una stessa categoria di prodotto.

La scelta degli articoli da acquistare spesso risponde ad un bisogno, più o meno cosciente, di costruire dall’esterno la propria identità, attraverso la proprietà in generale o la proprietà specifica di alcuni oggetti, individualmente o socialmente considerati come l’espressione di qualche qualità positiva e vincente.
Una conferma della connotazione simbolica che spesso può assumere l’acquisto deriva da alcuni studi sulle tipologie di spese effettuate dagli individui affetti da sindrome da shopping; il valore simbolico va indotto soprattutto quando si osserva una certa ripetitività dell’acquisto di un certo tipo di prodotti, che vengono comprati come se si fosse alla ricerca di importanti pezzi mancanti di un puzzle interiore da completare.

A questo proposito, le donne sembrano maggiormente propense a comprare vestiti, oggetti e strumenti di bellezza; anche gli uomini acquistano prodotti legati alla cura del corpo, come capi di vestiario o attrezzature sportive complesse, ma sembrano ancora più propensi a cercare il possesso di simboli di prestigio sociale, come automobili o strumenti altamente tecnologici, quali computers e impianti audio-video, spesso riconducibili ai loro sogni professionali o sociali più alti e illusori.

Degli oggetti acquistati non vi è in realtà alcun bisogno. Essi non verranno, nella maggior parte dei casi, nemmeno mai utilizzati. Forse regalati o nascosti. Il momento dell’acquisto è progettato maniacalmente, diventa un rito personale, segreto, quasi una trance ipnotica, dove si prova un falso senso di liberazione dai problemi.

Quanto è diffusa come patologia?
Nel 2001 lo shopping compulsivo è stato riconosciuto come un disturbo ossessivo compulsivo dall’APA (American Psychiatric Association) ma non ancora inserito nel DSM-IV (Manuale statistico delle malattie mentali).
Le statistiche ancora non sono attendibili, ma risulta un’alta incidenza femminile(80%), una fascia d’età compresa tra i 30 ed i 40 anni ed un livello culturale medio-alto.
Come in ogni dipendenza, lo shop addicted viene sopraffatto dalla vergogna, rimorso e senso di colpa dopo aver messo in scena il rituale degli acquisti. Il compratore compulsivo sente una solitudine incolmabile che nessun oggetto potrà colmare, può essere presente dissociazione, come vedersi dal di fuori mentre si acquista, disperazione e impotenza, depressione. Si instaura così il loop bisogno-comportamento disfunzionale-angoscia e di nuovo comportamento disfunzionale compensatorio nel tentativo di riparare e alleviare. E accade di sentirsi di venire risucchiati da disperazione e sentimenti autodistruttivi.
Le conseguenze di tale comportamento sono isolamento, debiti crescenti, si arriva a spendere fino a dieci volte di quanto guadagnato, paura di essere scoperti, sotterfugi, richiesta di prestiti, fino a cadere nelle mani degli usurai nel tentativo di porre rimedio ad una spirale malefica.
Chi convive con la persona affetta da ossessione per gli acquisti sperimenta un crescente senso di paura, impotenza, inutilità e non comprende la malattia dell’altro che è visto come irresponsabile, insensibile.
Molti tossici dello shopping soffrono di altre dipendenze associate, essi spesso abusano di sostanze, può essere presente un disturbo alimentare, disturbo d’ansia generalizzata o un altro disturbo dell’umore.

a cura della Dott.ssa Elena Isola
Psicoterapeuta – Sessuologia Clinica

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