psicologia-incastri-familiariSpesso ci domandiamo come mai le persone che accettano di intraprendere un percorso psicoterapeutico, con tutto quello che comporta questa scelta in termini di tempo, impegno e spesa economica, poi compiono delle azioni assolutamente contraddittorie e controproducenti.

Voglio descrivere quello che accade quando a un paziente viene diagnosticato che il suo malessere e il comportamento disfunzionale che ne deriva, dipende da un incastro nella sua famiglia.

Un incastro è una condizione relazionale fatta di accordi taciti e condizioni non condivise e non accettate ma sopportate, implicite, che mantengono comunque la relazione anche a scapito della chiarezza, della autenticità e della condivisione.

In ogni famiglia esistono accordi taciti, dettati dal buon senso o dalla sopportazione ma i livelli di comunicazione, di condivisione e consapevolezza sono diversi.

In quelle famiglie dove la comunicazione è carente il fenomeno dell’ingarbugliamento e della poca o nulla chiarezza nasconde e copre conflitti che possono celare condizioni esplosive.
Infatti diventa molto facile l’aggressività per questioni banali, la denigrazione e la rassegnazione.

In questi casi la relazione è basata sul “non detto” e la comunicazione è fatta di frasi fatte, luoghi comuni ed estremamente povera.
Non si approfondisce per non scoprire fatti penosi e fonte di screzi e dissapori.
Qualche volte si dice: “Non entro nella questione altrimenti dovrei ucciderti”.

Un mio paziente (che chiameremo Fausto), mi frequentava per rendere la sua forte ansia più innocua e lamentava alcune difficoltà personali, la più importante delle quali era un disturbo viscerale – colite – che si presentava sotto forma di percezione di incontinenza.
Associato a questo, Fausto soffriva di dolori addominali quasi costantemente ed era molto preoccupato per la sua salute, tanto che si allarmava per qualsiasi dolore sospetto.
Il rapporto con la moglie si era logorato da tempo e lui oramai ultracinquantenne si era rassegnato a non chiederle il sesso.
Di carattere chiuso egli affermava di avere un ottimo rapporto con il figlio unico (30enne) con cui condivideva varie cose.
Il motivo per cui era venuto in terapia era perché lui non consentiva al figlio di usare l’auto.
Fausto era rammaricato di questo fatto e si dispiaceva che il figlio non potesse prendere l’auto anche per cose importanti. Ovviamente il figlio era convivente e possedeva la patente di guida. Il padre confessava che il rapporto con il figlio si limitava a una comunicazione superficiale sebbene insistesse che il loro fosse un “ottimo rapporto”.
Il divieto del genitore era esclusivamente morale.
Il figlio infatti, non voleva contraddire il padre il quale si sentiva male quando il figlio prendeva l’auto, soprattutto quando lui gli sedeva accanto.
Comunque, il figlio era così ligio al divieto morale del padre che veramente non prendeva mai l’auto oramai da alcuni anni; 4 per la precisione, cioè da quando possedeva la patente di guida.

Dato che ho un rapporto alquanto chiaro e onesto con i miei pazienti domandai a Fausto fin dalla prima seduta perché egli non si era domandato il motivo del mancato dissenso del figlio e della conseguente, eventuale, scelta da parte sua di prendersi l’auto nonostante il divieto del genitore.
A questa domanda non rispondeva; e quando gli domandavo se ciò ai suoi occhi fosse normale lui si dilungava su quanto fosse “normale” il loro rapporto.

Allora mi decisi a informarlo su alcuni meccanismi psicologici che agiscono a livello relazionale e non costituiscono un disturbo del singolo ma è la stessa relazione a risultarne compromessa.

Come a dire che certi discorsi vengono coperti dal silenzio per paura che questi disturbino l’equilibrio fino a quel momento instaurato e che senza il quale poteva insorgere il disordine.
Spiegai anche che questi “non detti” fanno parte di storie comuni in molte famiglie e che forse sarebbe stato il caso di fare venire a consultazione anche il figlio. Questo mi avrebbe permesso di valutare la mia ipotesi che il disturbo includeva la relazione tra loro e non fosse un fatto esclusivamente individuale.
Mi dilungai -come faccio spesso- sull’argomento, citando casi e autori e invitandolo a leggere anche sull’argomento. Inaspettatamente però il signor Fausto mi scrisse una mail qualche giorno dopo, nella quale mi annunciava la sua interruzione della psicoterapia in quanto non confacente alla sua realtà.

Niente di più chiaro. Pur di non affrontare in modo più approfondito la relazione col figlio e addivenire ad un chiarimento forse esaustivo, il signor Fausto preferì non affrontare e continuare a mantenere il suo sintomo.

Ripeto quanto ho già scritto in premessa: spesso ci domandiamo come mai le persone che accettano di intraprendere un percorso psicoterapeutico, con tutto quello che comporta questa scelta in termini di tempo, impegno e spesa economica, poi compiono delle azioni assolutamente contraddittorie e controproducenti.

La mia interpretazione è che queste stesse persone, nel compiere queste azioni così irrazionali non fanno altro che riprodurre l’origine della loro incapacità di affrontare senza evitare.
Forse è qui il segreto di un serio impegno a superare le proprie difficoltà emotive e comportamentali, quello di imparare ad affrontare e smettere di rinviare o nascondersi. Per ottenere cambiamenti e usufruire al meglio della psicoterapia bisogna in primo luogo porsi in collaborazione con lo specialista, apprendere a modificare alcune credenze circa il proprio funzionamento e anche una certa dose di coraggio.

a cura del dott. Paolo Mancino
Psicologo

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